domenica 5 ottobre 2025

Quando il cambio di scuola è l'ultima alternativa.

Dopo anni di colloqui, note disciplinari, sospensioni, telefonate da scuola, incomprensioni e sensazione costante di essere "quello che disturba", faccio fatica a credere che possa davvero andare diversamente.

Ci sono momenti in cui capisci che tuo figlio non può più restare: il cambio di scuola è l'ultima possibilità.


Quest'anno il mio "ragazzo" ha terminato il suo percorso nella scuola secondaria di II grado, in anticipo sulla tabella di marcia.
A un mese appena dall'inizio dell'anno scolastico, in un attimo tutto è cambiato. 
Ha iniziato una nuova esperienza presso un Ente di formazione.
Confesso che sono partita con il cuore in gola tra dispiacere, preoccupazione e curiosità di vedere a cosa porterà questa brusca virata rispetto al progetto iniziale.

E invece succede qualcosa che aspettavo da anni: cambiato l'ambiente, in cambiamento il figlio.


Adesso è entrato in un contesto dove può imparare anche attraverso il fare, dove le attività pratiche hanno un valore, dove le sue energie non sono più considerate un problema da contenere, ma una risorsa da orientare.
Piano piano cambia: persino nello sguardo e nella sua postura.

Finalmente lo vedo tornare a casa più leggero. 
Ha voglia di raccontarmi tutto quello che ha fatto durante la giornata. 
Inizia a parlare di progetti, di idee, di futuro.

Da quanto tempo non succedeva?

Come genitori ci accorgiamo che, per la prima volta dopo tanti anni, ci stiamo rilassando.
Non aspettiamo più la telefonata della scuola con il timore che sia successo qualcosa.
Non viviamo nell'ansia della prossima nota disciplinare.
Non ci prepariamo all'ennesimo colloquio in cui ci verrà spiegato tutto ciò che nostro figlio non riesce a fare.

Respiriamo.
E soprattutto respira lui.

Questa esperienza mi porta a una riflessione che non riesco più a mettere da parte.

In classe, come possiamo aiutare efficacemente gli apprendenti con ADHD perchè possano essere costruttori attivi del loro sapere?


Negli anni ho visto tanti ragazzi intelligenti, curiosi, creativi, pieni di idee, sentirsi inadeguati perché costretti a imparare in un unico modo.
E ho iniziato a chiedermi quanti di loro rinuncino ai percorsi di studio più impegnativi non per mancanza di capacità, ma perché non riescono a sentirsi valorizzati nel loro potenziale.
Non riescono a sentirsi all'altezza di potercela fare.

È in questo momento che il desiderio di fare ricerca diventa una responsabilità.
Non voglio dimostrare che gli apprendenti con ADHD siano "speciali".
Voglio capire come costruire contesti didattici nei quali possano sperimentarsi ed accrescere le proprie competenze senza dover lottare ogni giorno contro la sensazione di "essere sbagliati".  
La mia ricerca nasce da qui.
Dal cambiamento nello sguardo di un ragazzo.
E dalla convinzione che nessun bambino dovrebbe aspettare anni per scoprire di avere valore.
Se questa storia ti ricorda quella di tuo figlio, di un tuo studente o persino la tua, spero che queste pagine possano offrirti almeno una certezza: non sempre è la persona a dover cambiare. 
A volte è l'ambiente che deve imparare ad accogliere modi diversi di apprendere, di comunicare e di crescere.

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